“Primo, non nuocere”. Sul Giuramento di Ippocrate, la coscienza medica e il nuovo clericalismo sanitario
A Siena, centootto nuovi medici hanno prestato giuramento. L’occasione — di per sé commovente nella sua gravità rituale — è stata accompagnata dalla presentazione del manifesto “Medici e Pace”, approvato dal Comitato Centrale della Federazione nazionale degli Ordini, con la dichiarazione del presidente Roberto Monaco: «Essere medici oggi significa assumersi una responsabilità storica, costituzionale ed europea». Parole solenni. Ma proprio la loro solennità esige l’esercizio di quella virtù che i Greci chiamavano diákrisis: il discernimento. Lascia onestamente perplessi una simile affermazione, soprattutto se proveniente da chi, nel recente passato, è stato interlocutore di reiterati tentativi di confronto da parte del mondo associazionistico: tentativi condotti in spirito di lealtà e trasparenza, cui ha fatto riscontro una disponibilità rimasta perlopiù sul piano formale, priva di esiti tangibili. È anche per tale ragione che non è parso possibile lasciare priva di replica una presa di posizione espressa pubblicamente con simile enfasi. Se, infatti, il rispetto della Carta costituzionale e dei diritti che essa presidia dovrebbe costituire presupposto implicito e inderogabile per un organismo quale l’Ordine dei Medici — benché, alla luce delle contingenze attuali, tale assunto non possa più dirsi pacificamente acquisito — appare nondimeno opportuno richiamare con chiarezza alcuni punti essenziali.
Il Corpus Hippocraticum pone al cuore della medicina un imperativo radicalmente differente: «giovare o almeno non nuocere» (ὠφελέειν ἢ μὴ βλάπτειν). Si tratta di un imperativo negativo, antecedente a qualunque ideologia, che tutela il singolo paziente nella sua irriducibile individualità. Il patto ippocratico è fra il medico e l’ammalato — non tra il medico e lo Stato, non fra il medico e un’agenzia sovranazionale, non tra il medico e l’umanità astratta. Nessuna clausola del Giuramento fa riferimento a responsabilità “costituzionali” o “europee”; nessun precetto della tradizione medica classica ha mai contemplato che il singolo medico potesse delegare la propria coscienza ad un comitato centrale. La “responsabilità storica” evocata dal manifesto guarda verso l’alto della catena istituzionale — verso carte, trattati, organismi — anziché verso il basso, verso il letto del malato. Simile inversione non è meramente teorica: la storia del Novecento ha mostrato, nelle sue pagine più buie, dove conducano i medici che antepongono la “responsabilità storica” all’obbligo individuale di non nuocere. E anche la storia più recente ne ha offerto esempi non meno eloquenti.
Fra il 2020 e gli anni immediatamente successivi, la classe medica italiana ha assistito — nella sua componente istituzionale pressoché in silenzio, con le eccezioni coraggiose di pochi che ne hanno pagato il fio a caro prezzo — a una serie di eventi che avrebbero richiesto una reazione ferma in nome di quei tanto sbandierati princìpi fondativi della professione. Il consenso informato, conquista bioetica nata dai codici di Norimberga e di Helsinki, è stato eroso da pressioni istituzionali, mediatiche e lavorative tali da rendere la scelta individuale tutt’altro che libera: un consenso ottenuto sotto coercizione implicita non è consenso, è capitolazione. Protocolli uniformi imposti per via amministrativa hanno marginalizzato il giudizio clinico del singolo medico. L’Ordine, sorto a tutela della deontologia e dell’indipendenza professionale, ha agito in molteplici e ben documentate occasioni come organo disciplinare al servizio delle direttive ministeriali, sanzionando colleghi che sollevavano — nei modi propri del dibattito scientifico — dubbi motivati sui protocolli vigenti. Tra le numerose occasioni mancate, la più clamorosa è l’assenza di autocritica.
La medicina organizzata, nella sua componente istituzionale, pare aver optato per la continuità: un nuovo manifesto, nuove cerimonie, nuove dichiarazioni solenni — senza che nulla di essenziale venga messo in discussione. Eppure le domande restano: perché le cure domiciliari precoci, praticate con successo da numerosi medici di base spesso a proprio rischio e pericolo, non furono valutate con spirito scientifico aperto? Perché i segnali di farmacovigilanza non produssero risposte istituzionali proporzionate? Perché il legittimo dissenso scientifico venne trattato con gli strumenti dell’anatema piuttosto che con quelli del dibattito? Quando la classe medica adotta nei confronti dei propri dissidenti le armi dei sistemi dogmatici che la modernità si vantava di aver superato, tradisce non soltanto i propri pazienti, ma la propria identità epistemica.
Ai centootto giovani di Siena — e a tutti coloro che si affacciano alla professione — si rivolge, in conclusione, non un discorso di scoraggiamento, ma un’esortazione: ricordate sempre che il Giuramento pronunciato è un impegno ontologico, nessun manifesto istituzionale può sciogliervi da esso o sostituirsi ad esso! Coltivate il dubbio scientifico quale autentica virtù: il medico che non interroga i protocolli, che non verifica l’adeguatezza delle evidenze, non è un medico sicuro; è un medico pericoloso. La storia della medicina è fatta di coloro che hanno detto «non è così», da Ignác Semmelweis a Barry Marshall. Imparate a distinguere la linea-guida dall’obbligo giuridico, il consenso scientifico dal consenso istituzionale: questi piani non coincidono necessariamente; e gli anni recenti ne sono testimonianza dolente. E abbiate la forza di fare autocritica anche quando chi vi ha preceduto non ne dà l’esempio: essa non è tradimento della corporazione, è fedeltà al giuramento. Se vi è un contributo autentico che la medicina può offrire alla pace, non passa attraverso i manifesti approvati dai comitati centrali. Passa attraverso la cura silenziosa e quotidiana di ogni singolo malato; attraverso il rifiuto di diventare strumento di potere, comunque esso si presenti; attraverso l’onestà intellettuale di dire «non lo so» quando qualcosa effettivamente non si sa.
«Primo, non nuocere»: tre parole che non abbisognano di alcun manifesto europeo per essere comprese, né di alcuna responsabilità storica per essere praticate. Esse contengono già, in questa lapidaria negatività, tutta la grandezza morale della “vocazione” medica. Riscoprirle — riconoscendo con umiltà quanto spesso, in questi anni, siano state dimenticate — sarebbe il più autentico atto di pace che la classe medica italiana potrebbe compiere.
Gruppo La Senesina
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